17 Dic Mani che curano, menti che guidano: il sogno di Ersilia Bronzini Majno
Hands that heal, minds that guide: Ersilia Bronzini Majno’s dream

Da sinistra, Anna Fraentzel Celli, Ersilia Bronzini Majno, Elisa Boschetti e Pellegrina Pirani nella sede dell’Unione Femminile Nazionale a Milano
Foto di autore sconosciuto – inizio Novecento
ABSTRACT
All’inizio del Novecento, Milano era in fermento: la città stava vivendo una rivoluzione sociale e professionale, e tra le sue protagoniste spiccava Ersilia Bronzini Majno. Attivista instancabile, fu tra le fondatrici dell’Unione Femminile Italiana, un’associazione nata nel 1899 per sostenere i diritti delle lavoratrici, offrendo le prime forme di assistenza per malattia, invalidità e maternità.
Ersilia fu una pioniera: prima donna a entrare nell’amministrazione dell’Ospedale Maggiore, si dedicò a un’indagine approfondita sulle condizioni di lavoro delle infermiere. I risultati furono sconvolgenti e la spinsero a immaginare una formazione strutturata per le infermiere, basata su un insegnamento teorico-pratico, sulla laicità della professione e su migliori condizioni lavorative.
Sebbene la sua visione abbia dovuto attendere anni per concretizzarsi, il suo operato ha gettato le basi per una professione infermieristica più equa e moderna. Il suo contributo resta una pietra miliare nella storia dell’assistenza sanitaria.
ABSTRACT EN
At the beginning of the 20th century, Milan was buzzing with change. The city was experiencing a social and professional revolution, and among its leading figures stood Ersilia Bronzini Majno. A tireless activist, she was one of the founders of the Unione Femminile Italiana, an association established in 1899 to support women’s rights, offering the first forms of assistance for illness, disability, and maternity.
Ersilia was a true pioneer: as the first woman to join the administration of the Ospedale Maggiore, she conducted an in-depth investigation into the working conditions of nurses. The findings were shocking and led her to envision a structured training program for nurses, based on theoretical and practical education, the secularization of the profession, and better working conditions.
Although her vision took years to materialize, her work laid the foundation for a fairer and more modern nursing profession. Her contribution remains a milestone in the history of healthcare.
All’inizio del Novecento, Milano attraversava un periodo di grande trasformazione sociale e politica, che Cosmacini definisce «socialismo medico» (1987, p. 433). Questo fenomeno si caratterizzava per la crescente presenza di professionisti sanitari nelle file della politica e per l’attuazione di iniziative concrete volte a migliorare le condizioni di salute della popolazione.
La città si stava affermando come un modello all’avanguardia, sospinta dall’espansione industriale che portò alla nascita di una nuova classe operaia, sempre più consapevole della propria forza e dei propri diritti. Parallelamente, prendeva forma un movimento politico femminile che avrebbe segnato una svolta storica: le donne, e in particolare le lavoratrici, iniziavano a rivendicare un ruolo attivo anche nelle sfere dirigenziali, contribuendo in modo decisivo ai cambiamenti in atto.
La forza di una donna, il cambiamento di un’epoca
Nata a Oleggio (Novara) nel 1859, la Bronzini cresce in una famiglia segnata da difficoltà economiche. Mentre i fratelli possono proseguire gli studi, lei è costretta a interromperli. Ma non si arrende: con la determinazione che la contraddistinguerà per tutta la vita, studia da autodidatta e si forma grazie alle lezioni di un fratello, apprendendo inglese, francese, storia, filosofia e letteratura.
Nel 1883 sposa Luigi Majno, avvocato dal forte impegno sociale. Il loro matrimonio non è solo un’unione familiare, ma una straordinaria collaborazione intellettuale e politica. Madre di tre figli, due dei quali moriranno prematuramente, Ersilia trasforma il dolore in energia, dedicandosi con passione alle battaglie per i diritti delle donne (Gabello, 2015).
Il suo primo impegno concreto arriva nel 1887 con la Guardia Ostetrica, un servizio gratuito per le donne indigenti, che la porta a maturare una convinzione profonda: la maternità non è solo una questione privata, ma un diritto sociale da proteggere. Da qui prende il via la sua incessante attività riformista.
Nel 1894 aderisce all’Associazione Generale di Mutuo Soccorso e Istruzione delle Operaie, sostenendo le prime forme di assistenza per maternità, invalidità e pensioni. Ma è nel 1899 che compie il passo più importante: assieme ad un gruppo di donne diverse per estrazione sociale e formazione culturale, tra cui Ada Negri Garlanda, e Nina Rignano Sullam, fonda l’Unione Femminile Italiana, destinata a diventare un faro del movimento femminista italiano. Attraverso questa istituzione, si batte per la tutela delle lavoratrici, il diritto all’istruzione, l’abolizione dello sfruttamento minorile. Nasce così la Società delle Piscinine, un’organizzazione per proteggere le giovanissime apprendiste, costrette a turni massacranti. Il suo impegno porta all’approvazione, nel 1902, della prima legge italiana sulla protezione del lavoro femminile e infantile.
Ma Ersilia non si ferma: sostiene la creazione della Clinica del Lavoro, collabora con il medico Luigi Devoto per riconoscere le malattie professionali come problema sociale e partecipa a numerosi congressi internazionali per i diritti delle donne e dei bambini (Majno, 1985).
Sebbene vicina agli ideali socialisti, Ersilia mantiene sempre una posizione critica nei confronti del partito, opponendosi a scelte che non condivide. È la prima donna a ricoprire un incarico amministrativo nell’Ospedale Maggiore di Milano, guadagnandosi il rispetto della Camera del Lavoro e delle istituzioni. Durante la Prima guerra mondiale, pur contraria al conflitto, accetta un incarico nel Comitato di Assistenza del Comune di Milano, dimostrando ancora una volta il suo spirito pragmatico. Ma quando, nel dopoguerra, l’Unione Femminile inizia a simpatizzare per il fascismo, lei non ci sta: nel 1920 rassegna le dimissioni, rivendicando la propria fedeltà ai valori socialisti.
Da quel momento si dedica completamente all’Asilo Mariuccia, istituzione da lei fondata per il recupero di ragazze in difficoltà, e alla protezione dei minori, gettando le basi per la futura nascita del Tribunale per i Minorenni.
Nel 1930, ormai anziana, partecipa alle celebrazioni per il trentesimo anniversario dell’Unione Femminile, circondata dalle sue compagne di lotta. Muore a Milano il 17 febbraio 1933, lasciando un’eredità che ancora oggi ispira battaglie per i diritti delle donne e la giustizia sociale (Gaballo, 2015).
Una visione innovativa per il ruolo femminile nelle corsie
Per Ersilia Majno, delineare il nuovo profilo dell’infermiera non costituiva uno degli obiettivi principali, ma quando nel 1900 ricevette la chiamata dal Consiglio degli Istituti Ospedalieri di Milano (Galimberti and Rebora, 2005), vide l’opportunità di promuovere una riforma necessaria. Comprendeva infatti che la presenza della figura femminile all’interno delle corsie fosse essenziale per migliorare le condizioni dei ricoverati. Questo pensiero scaturiva dalla convinzione che l’attività domestica femminile, che già giocava un ruolo fondamentale nella cura e nell’assistenza, dovesse essere valorizzata anche fuori dall’ambito privato della casa. La sua nomina arrivò a distanza di anni dall’introduzione delle leggi sulle Opere Pie, che avevano aperto le porte delle istituzioni ospedaliere, orfanotrofi, carceri e simili alla partecipazione femminile nei consigli direttivi (Bartolini, 2019).
La nomina di Ersilia Majno all’interno del Consiglio di amministrazione degli Istituti Ospedalieri, fu la prima carica pubblica affidata ad una donna dalla Giunta popolare. Il mandato di Ersilia Majno come consigliera iniziò nel febbraio del 1900 e fu riconfermato alla fine del 1901 (Consiglio, 1900). Negli oltre due anni di incarico l’unionista si trovò a lavorare accanto a figure quali il presidente del Consiglio Mario Martelli, ed altri membri quali Achille Manfredini e Camillo Broglio. Durante tali incontri venivano discusse la gestione, le vertenze in atto, le innovazioni di aiuto ad i ricoverati, i vitalizi per le pensioni del personale e sussidi per le vedove degli infermieri.
Nel primo periodo di incarico Ersilia si concentrò su ogni aspetto che riguardasse la vita ospedaliera, occupandosi delle sale operatorie, delle sputacchiere, delle calze elastiche e del servizio di lavanderia. Il suo pensiero era quello di generare economicità, di ridurre gli sprechi e di sveltire le questioni inerenti una macchina così complessa. Sempre nel corso del primo anno, suggerì la collaborazione di Angelo Celli per condurre esperimenti sulla malaria, che però non riuscì a portare a compimento (Majno, 1902a). Scrisse sulla rivista dell’Unione appena fondata (Majno, 1901a e 1901b), richiamando il problema del sovraffollamento delle camerate e la necessità di una riforma radicale che avesse come base il decentramento ospedaliero. Nei periodi che seguirono, la stessa Ersilia andò sviluppando delle ipotesi per una riforma che riguardasse in particolare la cura dei malati cronici a domicilio, ma anche tutto il personale. Proprio su quello infermieristico Ersilia concentrò la sua attenzione, sottolineando le pessime condizioni lavorative, a cui andava incontro e facendo osservare che molto spesso tale posizione era affidata a donne che non presentavano alcuna esperienza e che non avevano la preparazione e l’istruzione di base adeguata. Ersilia Majno effettuò una inchiesta al fine di valutare tutti gli aspetti del lavoro infermieristico: salari, orari, condizioni di lavoro e qualità di vita, preparazione professionale, igiene e salubrità del lavoro. Nel 1902 la Majno presentò i risultati di questa inchiesta al Consiglio, attraverso una dettagliata e minuziosa relazione (1902b), ponendo in prima linea una vera e propria denuncia che venne rivolta nello specifico alle linee guida dell’Ospedale, sancite dal regolamento, che riguardavano l’assunzione delle infermiere. Il personale era scelto all’interno della classe sociale più misera ed incolta e ad esso non veniva erogato nessuna istruzione. Dalla relazione si evinceva il modo in cui veniva trattato il personale: senza nessun riguardo per le loro condizione di salute, del benessere materiale e morale, dei diritti, né si valutavano i pericoli e le difficoltà inerenti ad i compiti che gli venivano affidati. L’unica cosa a cui si dava importanza era quella di avere un personale dedito solo al lavoro duro e ferreo. Il personale che veniva scelto era composto da ragazze giovani che giungevano dalle periferie estreme, per lo più dalle campagne di Milano. La loro provenienza le rendeva le più predilette, in quanto la distanza dai loro affetti le tributava come “macchine da lavoro”. Il turno era composto da 17 giorni consecutivi, senza giorni di riposo, sotto la continua ed attenta visione e disciplina delle suore alle quali era affidata ogni responsabilità nella direzione dell’ospedale. Esse dirigevano in modo schematico ed alienante la vita delle infermiere, le quali non avendo diritti ma solo doveri non erano padrone di nulla. Venivano gestite dal punto di vista monetario, ma anche sotto l’aspetto morale, dal momento che il loro comportamento era sempre sotto osservazione anche nei pochi giorni di riposo ad esse concessi. Le novizie infermiere venivano costrette ad iscriversi a delle confraternite di ordine religioso, all’interno delle quali vi erano regole ferree da rispettare. Tutta queste regole che Ersilia Majno portò alla luce non erano sancite formalmente all’interno del regolamento dell’Ospedale, bensì degli usi e costumi senza fondamento logico. Le infermiere-inservienti dovevano prestare il loro lavoro anche in lavanderia, ove vi era il tasso di incidenza maggiore per la contrazione della tubercolosi, che in quel periodo era considerata la malattia più contagiosa della professione.
Dalle pagine del giornale Ersilia Majno, sperando in un più ampio consenso verso l’azione istruttoria che stava svolgendo, scriveva: «Chi non ebbe mai ad assumere l’ufficio d’amministrazione di un’opera pia qualsiasi, non immagina nemmeno che accada talvolta questo. Che l’autorità tutoria cioè possa opporsi o ritardare, non solo le grandi, radicali riforme, alle quali si deve pur mettere mano, se si vuole che un’istituzione corrisponda ai bisogni dei tempi, ma che possa anche intralciare l’azione normale dell’opera pia, in quanto riflette i suoi doveri più semplici ed elementari, verso gli infelici che ha l’obbligo di soccorrere, nella loro sventura materiale e morale […]. Certamente non si può ad un tratto tutto distruggere né tutto rinnovare. Ma fra lo stato attuale e la meta ideale sta il possibile e questo si deve raggiungere iniziando con fermezza tutte quelle riforme che devono condurre alla trasformazione della beneficenza. Non più carità ma assistenza e coordinazione nell’opera dei vari istituti». (Majno, 1901a)
Ersilia Majno però non si soffermava solamente sulla scarsa volontà di riformare l’ospedale di cui poco alla volta ne dovette prendere atto. Firmandosi semplicemente “una donna” (1901) decide di scrivere un articolo sul regolamento igienico sanitario che escludeva le donne dal corpo dei medici, misura che a suo parere andava ledendo il diritto al libero esercizio della professione non che quello umanitario. L’assurda disposizione, avanzata in nome di un finto riguardo, a suo parere doveva sparire: «Leggendolo ci siamo domandate. Non esiste forse la gravezza e la promiscuità del servizio per le infermiere? Queste cessano di esser donne per fatto d’appartenere ad una classe che deve lavorare per necessità assoluta e prestare servigi d’un genere meno elevato? E le sorveglianti cessano d’esser donna per fatto di vestire un costume speciale? E per tutte le donne che hanno dovuto, vincendo ripugnanze angosciose e soffrendo vere torture morali, farsi curare da uomini non esisteva l’offesa al sentimento che si vuol invocare oggi a danno di altre donne?». (Una donna, 1901)
Proprio grazie ad Ersilia e, molto lentamente, a partire dal 1902 si ebbe uno spiraglio di luce che creò delle migliorie a queste condizioni, si iniziò partendo con la riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento del salario, l’introduzione di armadi per vestiti; si pose come limite d’età 17 anni per l’assunzione e in ultimo si creò un piccolo fondo pensionistico per le infermiere che avevano ottenuto 40 anni di servizio. La vera questione che rimase come uno dei punti più caldi della sua relazione fu quello inerente la formazione professionale.
La forza della conoscenza: la formazione come strumento di cambiamento
Grazie alla fondamentale collaborazione e alle ricerche di Anna Celli, figura di spicco nella lotta antimalarica e nell’infermieristica, Ersilia si convinse sempre di più dell’importanza di creare una scuola per infermiere. Il sodalizio intellettuale tra queste due donne eccezionali generò una visione che avrebbe posto le basi per una moderna concezione dell’assistenza infermieristica in Italia.
Le esperienze internazionali, in particolare il modello britannico sviluppato da Florence Nightingale, rappresentarono certamente fonti di ispirazione, ma la proposta della Majno si distingueva per la sua attenzione al contesto italiano e per la lucida analisi delle condizioni sociali e lavorative specifiche della realtà ospedaliera nazionale.
«È doveroso avere modernità di vedute», proclamava la Majno con quella convinzione che solo i grandi riformatori possiedono, «e non fermarsi su pregiudizi di classe o di casta» (1902c). Questa dichiarazione programmatica racchiudeva l’essenza del suo pensiero: la modernità non era solo una questione di tecniche o strutture, ma soprattutto di mentalità e di valori.
Ella, infatti, sosteneva la necessità di adottare una visione moderna della sanità, superando i pregiudizi di classe e casta per rendere l’ospedale un luogo più adeguato alle esigenze del tempo, sia dal punto di vista scientifico che umanitario. La sua concezione dell’assistenza ospedaliera trascendeva il mero funzionalismo per abbracciare una dimensione etica e sociale, in cui il benessere del paziente e la dignità del personale sanitario diventavano facce della stessa medaglia.
In un’epoca in cui l’assistenza ai malati era spesso affidata a personale non qualificato, reclutato principalmente tra le classi sociali più basse o tra i religiosi, la Majno intuì che la qualità delle cure non poteva prescindere dalla formazione e delle condizioni lavorative di chi le erogava. Questa illuminazione, apparentemente semplice, rappresentava in realtà una rivoluzione copernicana nel pensiero sanitario dell’epoca.
Per raggiungere questi obiettivi, Majno identificò come strumento fondamentale l’istituzione di una scuola per infermiere. Questa avrebbe colmato una lacuna nel servizio di assistenza ai malati, sia pubblico che privato, fornendo insegnamenti professionali alle aspiranti infermiere dell’Ospedale, riformando così il servizio assistenziale e offrendo alle giovani l’opportunità di ottenere un diploma per esercitare privatamente la professione.
La scuola immaginata dalla Majno non era semplicemente un luogo di trasmissione di competenze tecniche, ma una vera e propria istituzione formativa che avrebbe elevato l’assistenza infermieristica al rango di professione riconosciuta. Il curriculum formativo avrebbe dovuto integrare conoscenze teoriche e pratiche, abbracciando non solo gli aspetti clinici dell’assistenza, ma anche quelli etici e relazionali.
Il progetto della scuola prevedeva la creazione di un convitto per aspiranti infermiere ed effettive, dotato di tutti i servizi necessari, e l’istituzione di una scuola annessa con un corso teorico-pratico biennale. Quest’idea rivoluzionaria di un ambiente formativo totale, in cui teoria e pratica potessero integrarsi quotidianamente, rappresentava un superamento del tradizionale apprendistato infermieristico basato sulla mera imitazione e ripetizione delle pratiche consolidate.
La direzione sarebbe stata affidata a una direttrice diplomata, responsabile del convitto e della scuola, affiancata da ispettori incaricati di sorvegliare il funzionamento dell’assistenza, monitorare le strutture formative ed effettuare visite mediche e controlli periodici. Questa struttura organizzativa garantiva un controllo qualitativo costante e una continuità tra formazione e pratica professionale.
I criteri di ammissione alla scuola distinguevano tra aspiranti infermiere dell’Ospedale Maggiore e giovani esterne (età tra 18 e 35 anni), con diversi requisiti di ingresso e quote di partecipazione (1902c). Questa apertura verso l’esterno dimostrava la volontà di creare un centro di eccellenza formativa che potesse influenzare l’intero panorama dell’assistenza sanitaria, non limitandosi ai confini dell’Ospedale Maggiore. Un punto cruciale della riforma riguardava il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro del personale infermieristico. Majno osservava con acutezza che il trattamento riservato alle infermiere non contribuiva a formare né elevare la loro coscienza professionale, rendendo inefficace qualsiasi insegnamento. Questa considerazione rivelava una profonda comprensione della relazione tra condizioni lavorative e qualità professionale, anticipando di decenni le moderne teorie di gestione delle risorse umane in ambito sanitario.
La riforma prevedeva la progressiva sostituzione degli uomini con le donne nell’assistenza diretta ai pazienti, riservando al personale maschile altri servizi di supporto, pur garantendo loro la necessaria formazione. Questa proposta rifletteva certamente il contesto culturale dell’epoca, in cui si riteneva che le qualità “femminili” della cura e dell’accudimento fossero particolarmente adatte all’assistenza diretta, ma rappresentava anche un’opportunità di emancipazione professionale per le donne in un’epoca in cui gli sbocchi lavorativi qualificati erano per loro estremamente limitati.
Ersilia Majno chiese al Consiglio di rivedere numerosi aspetti della professione infermieristica, delineando un quadro complessivo di riforme che toccavano ogni aspetto della vita professionale:
Per quanto riguarda i requisiti e le condizioni lavorative, propose di eliminare l’obbligo di provenienza rurale delle infermiere, stabilire l’età di ammissione tra i 20 e i 32 anni, richiedere documentazione specifica (incluso un attestato di istruzione elementare), e sottoporre il personale a visita medica annuale. L’eliminazione del vincolo della provenienza rurale rappresentava una rottura con la tradizione che privilegiava le giovani provenienti dalle campagne, ritenute più “docili” e meno esposte ai “vizi” della vita urbana, a favore di una selezione basata su criteri di idoneità e preparazione.
La formazione prevedeva un corso teorico-pratico biennale con diritto, per il primo anno, ad alloggio e vitto senza retribuzione, e per il secondo anno a un salario di 200 lire. Questo approccio graduale alla professionalizzazione permetteva un inserimento progressivo nel mondo del lavoro, bilanciando formazione e pratica.
Riguardo gli orari e i diritti lavorativi, Majno propose di limitare l’orario di servizio a 10 ore giornaliere, garantire un giorno di riposo settimanale e 15 giorni consecutivi di permesso annuale retribuito, oltre a fissare il limite di servizio a 30 anni, con esonero al compimento del cinquantesimo anno d’età. Queste richieste, rivoluzionarie per l’epoca, anticipavano conquiste sindacali che sarebbero diventate diffuse solo molti decenni più tardi.
Sul fronte previdenziale, chiese l’assicurazione delle infermiere alla Cassa Nazionale di Previdenza e alla Società contro gli infortuni sul lavoro, considerando come tali le malattie acquisite in servizio, e la destinazione di una casa dell’Ospedale a ricovero per le infermiere pensionate prive di famiglia.
Propose inoltre una riorganizzazione del lavoro, assegnando alle donne l’assistenza ai malati e agli uomini altri servizi di supporto (1902c).
Ersilia Majno definì le sue proposte come frutto di un «convincimento razionale e immutabile» (1902c), sigillando con queste parole un testamento morale che trascendeva il suo tempo. La sua visione, nutrita di pragmatismo e idealismo in egual misura, anticipava conquiste che solo decenni più tardi sarebbero divenute patrimonio comune. Con la sapienza di chi sa vedere oltre l’orizzonte del presente, ella comprese che i diritti del lavoro non possono essere negati «senza ledere i principi elementari di giustizia e di umanità» (1902c) e, con intuizione ancora più profonda, che l’eccellenza dell’assistenza ospedaliera dipende dalla dignità di chi la offre.

Eduard Munch – Women in the Hospital
Eredità incompiuta: il progetto Majno e le sfide contemporanee
Era il 1902, e una nuova alba stava sorgendo sul mondo dell’assistenza infermieristica, grazie alla luce di una mente illuminata che osò immaginare un futuro diverso.
Elisa Boschetti prese il posto di Ersilia Majno all’interno del Consiglio, ma fin dai primi mesi del suo incarico tenne informata l’unionista di tutto quello che avveniva all’interno del Consiglio ospedaliero. Nonostante tutte le difficoltà incontrate, la stessa Ersilia non volle però rinunciare né bloccare il suo progetto e decise di portare avanti tale scopo grazie anche ad un gruppo di cittadini che avevano dato vita ad un comitato cittadino. Tra di loro vi erano, l’assessore comunale Arcelaschi, il primario dell’Ospedale Maggiore Bertazzoli, i consiglieri Broglio e Boschetti ma anche medici ed esponenti delle istituzioni cittadine. L’opinione pubblica, si era poco alla volta persuasa che occorreva riformare la professione infermieristica ma, sulla sua femminilizzazione il dibattito sembrava aperto e doveva necessariamente tenere conto degli interessi di una categoria connotata dal genere, abbastanza forte ed organizzata a livello sindacale. Il manifesto di convocazione di un primo incontro, che venne redatto nel gennaio 1903, riprendeva per grandi linee le proposte di Ersilia Majno a ulteriore conferma che i tempi erano maturi, ma questa volta si discusse della possibilità di una Scuola per infermieri sia per uomini che per donne (Bartolini, 2019).
Nel 1908 Anna Celli propose altre riflessioni per rilanciare il tema della formazione nell’assistenza ai malati ma, si dovettero attendere cinque anni dopo per la nomina di una nuova Commissione voluta dal Consiglio Ospitaliero. Nel novembre del 1913, nelle sedute del 19 e del 26 corrente mese, si approvò il regolamento per la nuova scuola Infermieri dell’Ospedale Maggiore (Galimberti & Rebora, 2005). Un primo passo verso il miglioramento nei confronti dell’assistenza fu fatto attraverso l’articolo 104 del regolamento sanitario, nel quale si stabiliva una distinzione tra le mansioni di servizio e quelle vere e proprie dell’infermiere adibito all’assistenza immediata dei malati.
A più di un secolo dalla lungimirante proposta, è sorprendente quanto alcune delle sue preoccupazioni risuonino ancora oggi nella professione infermieristica. Nonostante i significativi progressi nella formazione e nel riconoscimento professionale, il sovraccarico lavorativo, i turni estenuanti e la carenza di personale continuano a caratterizzare la realtà quotidiana di molti infermieri, riflettendo in modo inquietante quelle stesse condizioni che la Majno cercava di riformare.
Oggi, indubbiamente, assistiamo a un’elevazione significativa del percorso formativo anche se il divario tra preparazione accademica e riconoscimento sociale ed economico rimane una questione irrisolta, come se l’intuizione della Majno sulla necessità di “dignificare” la professione non fosse stata ancora pienamente realizzata.
È impressionante come alcune richieste quali limiti di orario, riposo settimanale, congedi annuali siano oggi sancite dalle normative sul lavoro, mentre altre come un adeguato equilibrio tra vita professionale e personale, rimangano ancora aspirazioni per molti infermieri. Il fenomeno contemporaneo del burnout e dell’abbandono della professione testimonia quanto sia ancora necessario ripensare le condizioni lavorative in un’ottica di sostenibilità umana.
Nel labirinto delle sfide contemporanee dell’assistenza sanitaria, abbiamo un disperato bisogno di pioniere come Ersilia Majno, che sappiano guardare oltre i confini del presente per tracciare nuovi percorsi di dignità professionale e qualità assistenziale, capaci di parlare con uguale autorevolezza alle istituzioni e a chi ogni giorno affronta il complesso lavoro del prendersi cura di una società sempre più bisognosa, ma sopra ogni cosa che siano capaci di sfidare lo status quo con proposte concrete e visionarie, per elevare una professione che continua a dibattersi tra abnegazione e mancato riconoscimento.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- Bartolini, S. (2019). Attraverso il tempo. Centoventi anni dell’Unione femminile nazionale (1899-2019). Vella srl.
- Consiglio – Consiglieri – Distinta (A – L) Estremi cronologici 1865 – 1937. Sezione amministrativa – parte storica – III. Amministrazione 10. Archivio storico Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano.
- Cosmacini, L. (1987) Storia della medicina e della sanità in Italia. Laterza editore.
- Gaballo, G. (2015). Il nostro dovere. L’Unione Femminile tra impegno sociale, guerra e fascismo (1899-1939). Edizioni Joker
- Galimberti, P.M., Rebora, S. (2005). Il Policlinico, Milano e il suo ospedale. Edizione Nexo.
- Majno, E. (1901a) Notizie e proposte sull’Ospedale Maggiore. Unione Femminile, n. 3-4. Biblioteca Unione femminile nazionale. Indice 1901-1905. Milano
- Majno, E. (1901b) Il momento attuale nelle opere Pie. Unione Femminile, n. 5. Biblioteca Unione femminile nazionale. Indice 1901-1905. Milano
- Majno, E. (1902a) Per una clinica del lavoro. Unione Femminile, n. 9. Biblioteca Unione femminile nazionale. Indice 1901-1905. Milano
- Majno, E. (1902b) Relazione delle condizioni Ospedale Maggiore rivolto al Consiglio d’Amministrazione. Unione femminile nazionale – Archivio storico (1899 – 1951). Attività sociale, civile e assistenziale. Lavoro Femminile.
- Majno, E. (1902c). Proposta per l’istituzione d’una Scuola per Infermieri. Relazione per la commissione. Unione femminile nazionale – Archivio storico (1899 – 1951). Attività sociale, civile e assistenziale. Lavoro Femminile.
- Majno, E. (1985) La fondazione della clinica del lavoro di Milano attraverso il carteggio Luigi Devoto – Ersilia Majno Bronzini. Asilo Mariuccia-Centro di ricerca e documentazione per gli studi storici e sociali
- Una donna (1901) L’articolo 121 del regolamento igienico sanitario dell’Ospedale Maggiore di Milano. Unione Femminile, n. 3-4. Biblioteca Unione femminile nazionale. Indice 1901-1905. Milano
FIGURA 1
Da sinistra, Anna Fraentzel Celli, Ersilia Bronzini Majno, Elisa Boschetti e Pellegrina Pirani nella sede dell’Unione Femminile Nazionale a Milano
Foto di autore sconosciuto
Data: inizio Novecento
Fonte: http://scienzaa2voci.unibo.it/data/imgscheda/429_zoom.jpg
Licenza d’uso
Pubblico dominio
Questa è una fotografia pubblicata in territorio italiano o ivi realizzata senza essere mai stata pubblicata all’estero[1] ed è nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.
FIGURA 2
Eduard Munch – Women in the Hospital
Artist
Edvard Munch (1863–1944)
Source/Photographer https://munch.emuseum.com/en/start/images?filter=classificationsEN%3ALithography%3BmediaExistence%3Atrue&page=1
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