20 Lug Infermiere in camicia nera: professione, genere e controllo sociale nel ventennio fascista. Recensione di “Le infermiere del Duce”
Nurses in Black Shirts: Profession, Gender and Social Control during Italian Fascism. A Review of “Le infermiere del Duce”

ABSTRACT
La storiografia sull’infermieristica italiana nel ventennio fascista è rimasta a lungo frammentata e lacunosa. Il volume Le infermiere del Duce, di Fabiola Carrossa e Anna La Torre, affronta questa assenza con approccio interdisciplinare che intreccia storia, sociologia delle professioni, studi di genere e analisi del discorso. L’opera analizza le diverse figure infermieristiche codificate dalla legislazione fascista mostrando come il regime costruisse non un modello professionale uniforme, bensì una costellazione di identità differenziate per classe, grado di militanza e funzione sociale. Particolare rilievo assume l’analisi della rivista L’Infermiera italiana in chiave di genere, fonte attraverso cui emergono non solo la voce ufficiale sindacale ma anche le resistenze silenziose delle professioniste di fronte alla «non riforma» professionale, alle leggi razziali e all’autarchia di guerra. Il contributo si propone di evidenziare i principali apporti scientifici del volume, i suoi limiti metodologici e la sua rilevanza per il dibattito contemporaneo sul riconoscimento professionale infermieristico.
Parole chiave: infermieristica, fascismo, storia della professione, genere, controllo sociale.
ABSTRACT
The historiography of Italian nursing during the Fascist period has long remained fragmented and incomplete. The volume “Le infermiere del Duce”, by Fabiola Carrossa and Anna La Torre, addresses this gap through an interdisciplinary approach combining history, sociology of professions, gender studies and discourse analysis. The work examines the different nursing figures codified by Fascist legislation demonstrating how the regime built not a uniform professional model, but a constellation of differentiated identities based on class, degree of political militancy and social function. Particular importance is given to the gender-focused analysis of the journal “L’Infermiera italiana”, through which emerge not only the official trade union voice but also the silent resistance of professionals in the face of professional non-reform, racial laws and wartime autarky. This paper aims to highlight the main scientific contributions of the volume, its methodological limitations and its relevance for contemporary debates on professional recognition in nursing.
Keywords: nursing, fascism, history of profession, gender, social control.
Chi si occupa di storia dell’infermieristica italiana sa bene quanto resti ancora da scrivere: la produzione storiografica è frammentata, le fonti primarie spesso disperse, e il ventennio fascista costituisce in particolare una lacuna che solo negli ultimi anni la ricerca ha cominciato seriamente ad affrontare. Le infermiere del Duce, edito nell’aprile 2026 da Elsa Major Edizioni (Collana saggistica Globi) colma con rigore e originalità una parte rilevante di quel vuoto, adottando un taglio dichiaratamente interdisciplinare per rispondere a una domanda apparentemente semplice: che cosa significò essere infermiera nell’Italia fascista?
Proprio da questo interrogativo, le autrici, entrambe storiche – infermiere, da tempo impegnate nella divulgazione e nello studio della professione, hanno deciso di partire descrivendo nel primo capitolo le politiche sociali e sanitarie del regime. Il mito del «si stava meglio quando si stava peggio» viene smontato attraverso un’analisi puntuale delle organizzazioni di massa, della legislazione lavorativa, della previdenza e della salute pubblica, mostrando come lo Stato fascista utilizzasse il welfare non come strumento di emancipazione ma come apparato di disciplinamento dei corpi e delle coscienze. È una premessa necessaria, che situa correttamente le vicende professionali successive all’interno di una cornice interpretativa coerente.
Il cuore dell’opera è la sezione dedicata alle diverse figure infermieristiche nella legislazione fascista: l’infermiera diplomata, l’assistente sanitaria visitatrice, le volontarie della Croce Rossa, le infermiere del Littorio, le visitatrici fasciste, gli infermieri uomini. Ciascuna è analizzata nella sua specifica posizione all’interno dell’ideologia del regime, evidenziando come il fascismo costruisse una costellazione di identità professionali differenziate per classe, grado di militanza e funzione sociale. Particolarmente illuminante è il capitolo dedicato al ruolo delle infermiere nei manicomi: la tensione tra cura e custodia, tra terapia e controllo sociale della devianza femminile, emerge con forza documentaria notevole.
Assai preziosa, e metodologicamente innovativa per il panorama italiano, è l’analisi della rivista L’Infermiera italiana condotta in chiave di genere. Le autrici ne seguono il percorso dalla fondazione fino alla chiusura nel 1943, estraendo dalle sue pagine non soltanto la voce ufficiale del sindacato fascista ma anche i dubbi, le perplessità e le resistenze silenziose che vi affiorano sulla «non riforma» professionale, sulle leggi razziali, sull’autarchia alimentare imposta dalla guerra. È storia vissuta dal basso, restituita con sensibilità ermeneutica.
Il capitolo conclusivo, dedicato a Mussolini e alle sue infermiere, analizza tre figure femminili legate al Duce da vincoli diversi come Edda Ciano (figlia), Ida Dalser (moglie cancellata dalla storia ufficiale) e Cesira Carocci (governante silenziosa), specchi deformanti dell’ideologia fascista sul femminile, smontandone la mitografia e restituendo la complessità delle esistenze reali.
Il volume non è privo di limiti, in parte esplicitamente riconosciuti dalle autrici stesse nella premessa: la scarsità e frammentarietà delle fonti su una professione prevalentemente femminile e subalterna nel ventennio rende inevitabilmente lacunoso il quadro ricostruito. Alcune sezioni avrebbero beneficiato di un maggiore approfondimento comparativo con i modelli infermieristici sviluppatisi in altri paesi europei sotto regimi autoritari coevi, prospettiva che lo stesso prefatore Jon Arrizabalaga indica come terreno fertile per la ricerca futura.
Le infermiere del Duce si rivolge a un pubblico doppio: agli storici della medicina e dell’Italia fascista, ai quali offre fonti inedite e un’interpretazione originale; e agli infermieri e infermiere di oggi, ai quali restituisce una genealogia professionale lungamente negletta.
La risposta che emerge dalle sue pagine all’interrogativo centrale (che cosa significò essere infermiera nell’Italia fascista?) è tutt’altro che scontata. Le autrici evitano la rappresentazione vittimistica della professionista sanitaria come passiva oggetto di oppressione. Restituiscono invece l’immagine di donne che, pur entro una gerarchia sanitaria e sociale profondamente squilibrata, seppero negoziare spazi di autodeterminazione, articolare dubbi, e talvolta, con mezzi timidi, obliqui, ma reali, resistere.
Conoscere queste radici è un atto insieme intellettuale e politico. Un atto che questo volume rende finalmente possibile.
BIBLIOGRAFIA
Carrossa, F. & La Torre, A. (2026) Le infermiere del Duce. Elsa Major edizioni