11 Set Il sole del 25 illuminò uno degli spettacoli più spaventevoli che si possano presentare all’immaginazione
The sun of the 25th illuminated one of the most terrifying spectacles imaginable.” A welfare analysis of the Sardinian Army in the Battle of San Martino and Solferino

ABSTRACT
La battaglia di San Martino e Solferino (24 giugno 1859), decisiva per l’unificazione italiana, evidenziò le carenze dell’assistenza sanitaria militare. Con quasi 300.000 soldati coinvolti e migliaia di feriti, il sistema sanitario sabaudo, pur strutturato, risultò insufficiente. Gli infermieri militari, istituiti nel 1848, gestivano trasporti, medicazioni e rifornimenti in condizioni critiche, con ambulanze specializzate e presidi di trasporto. Tuttavia, l’enorme numero di vittime rese il soccorso caotico e le risorse si esaurirono rapidamente. Ospedali militari e strutture religiose furono trasformati in centri di cura, con città come Brescia e Castiglione protagoniste dell’assistenza. L’orrore della battaglia colpì Henry Dunant, ispirandolo a fondare la Croce Rossa Internazionale, basata su un soccorso neutrale e coordinato. L’infermieristica militare, nata in quel contesto, è ancora oggi una realtà in Italia, con corsi in università come Roma Tor Vergata, La Sapienza (Viterbo) e Bari. La battaglia dimostrò come i conflitti abbiano accelerato il progresso medico, sottolineando l’importanza di preservare tali innovazioni anche in tempo di pace.
ABSTRACT _EN
The Battle of San Martino and Solferino (June 24, 1859), a pivotal event in Italian unification, exposed critical shortcomings in military healthcare. Despite its structured organization, the Savoyard medical system proved inadequate for nearly 300,000 soldiers and thousands of wounded. Military nurses, established in 1848, managed transport, medical care, and supplies under extreme conditions, utilizing specialized ambulances and transport units. However, the vast number of casualties led to chaotic relief efforts and rapid resource depletion.
Military hospitals and religious institutions were converted into treatment centers, with cities like Brescia and Castiglione playing key roles in medical assistance. Witnessing the battlefield’s horrors, Henry Dunant was inspired to establish the International Red Cross, promoting neutral and coordinated aid.
Military nursing, born from this context, remains an integral part of Italy’s healthcare system, with dedicated programs at universities such as Roma Tor Vergata, La Sapienza (Viterbo), and Bari. This battle demonstrated how wartime emergencies accelerate medical advancements, emphasizing the necessity of preserving and improving such innovations in peacetime.
Parole chiave
Sanità Militare, Storia dell’infermieristica, Croce rossa internazionale
Keywords
Military Medicine, History of Nursing, International Red Cross
TESTO PRINCIPALE
Le vicende della pandemia da Covid 19 hanno portato alla ribalta gli eventi quotidiani di medici ed infermieri durante la storia dell’umanità. Per tutto il mese di marzo del 2020 gli operatori sanitari di tutta Europa si sono trovati a gestire numeri elevatissimi di accessi ospedali e a fronteggiare decisioni difficili sulle priorità assistenziali in presenza di risorse limitate, momenti in cui fortunatamente non erano più abituati ma che invece i loro predecessori vivevano quasi quotidianamente. La battaglia di San Martino e Solferino, giornata cardine per la Seconda guerra d’indipendenza, rappresenta un esempio estremamente calzante di quello che poteva esser stato affrontare un disastro sanitario. In quelle 12 ore infatti non solo si sono decise le sorti di una futura nazione (Pieri, 1962) ma fu anche il luogo dove nascerà la Croce Rossa Internazionale, istituzione che cambierà per sempre il concetto d’assistenza e di accoglienza nella storia contemporanea.
LA BATTAGLIA
Era il 24 giugno 1859, venerdì, giorno dedicato alla Natività di San Giovanni Battista. La giornata si annunciava bella. Bella e terribile. I due eserciti contrapposti mossero l’uno contro l’altro, ciascuno ritenendo che l’avversario rimanesse fermo sulle proprie posizioni. Sul campo militavano complessivamente 299.226 uomini con 1.024 cannoni, numeri che in Italia soltanto durante la Prima Guerra Mondiale saranno superati in un singolo scontro. Nel loro settore i piemontesi impegnarono 39.700 uomini con 92 cannoni. Le truppe dell’esercito sabaudo furono impegnate nella battaglia di San Martino e di Madonna della Scoperta. Il combattimento iniziò alle 7:00 e a causa del ormai famoso temporale, il colle venne conquistato solo in tarda serata, dopo ore d’intensa battaglia (Della Rocca, 1859).
Si dice che Francesco Giuseppe, dopo aver visto il campo di battaglia a conflitto concluso, esclamasse: «Meglio perdere una provincia intera e non rivedere mai più una carneficina del genere!» e così da molta letteratura di settore ci è stato riportato, come uno dei conflitti più sanguinosi del nostro Risorgimento (Nava, 1907) (Museo del Risorgimento, 1966). Quantificare esattamente il numero delle perdite di ogni esercito coinvolto risulta essere estremamente difficile, sia per la complessità di interpretazione dei bollettini militari nazionali, sia perché le risorse secondarie dei differenti libri consultati riportano dati, in alcuni casi, completamente discordanti. Il Capo dello Stato Maggiore dell’Armata, il Luogotenente Generale Enrico Della Rocca, nella relazione scritta a Rivoltella il 26 giugno 1859 e pubblicata nella Gazzetta Piemontese n. 162 il 29 giugno 1859 riporta i seguenti dati relativi alla battaglia: i morti pari a 49 ufficiali e 642 uomini di truppa; i feriti pari a 167 ufficiali e 3405 uomini di truppa; i dispersi e prigionieri in numero di 1258 soldati. Risulta un totale di 5525 uomini non operativi. Nella stessa relazione vi si trova una postilla in cui viene indicato che, a causa della fretta con cui è stata redatta, molte perdite furono omesse: abbiamo subito l’indicazione che i dati riportati sono per difetto. A questo va aggiunto che non abbiamo nessun dato sulla mortalità dei feriti e su quella dei prigionieri. Grazie al complesso lavoro di ricerca svolto dal gruppo del laboratorio sociologico diretto dal Prof. Costantino Cipolla e pubblicato nel 2009 nel volume Il crinale dei crinali. La battaglia di Solferino e San Martino si sono potute ipotizzare le perdite subite dai vari eserciti coinvolti, raccogliendo i dati delle relazioni ufficiali e aumentandoli di una percentuale riferibile alla mortalità in battaglia del periodo. Estrapolando i dati riportati dalla ricerca volutamente non differenziati tra soldati o ufficiali, tra francesi o austriaci, si evidenziano un numero di morti pari a 14.000, di feriti 23.000, di malati 23.0000 per un totale di 60.000. A questi se si aggiungono 6.400 morti stimati al 10% sul totale dei prigionieri, si arriva a 66.400, circa il 22% di tutte le forze presenti in campo. Il numero dei morti sul campo è stato confermato da un lavoro di reperimento e catalogazione delle ossa presenti sul campo di battaglia e nell’ossario da parte della Società Storica di San Martino e Solferino, che ha rilevato la presenza di 9.500 scheletri che aggiunti ai 2.500 tumulati nel cimitero accanto evidenziano il numero di 12.000 caduti. Uno scenario che nessun professionista della salute vorrebbe mai vedere, ma che il Corpo Sanitario dell’esercito sabaudo dovette affrontare.
CORPO INFERMIERI SABAUDO
Iniziata nel 1831, la riorganizzazione del servizio sanitario sfociò due anni dopo in un complesso regolamento che ne codificò tutti gli aspetti. Nel 1833, infatti, con il Regio Decreto del re Carlo Alberto editto il 4 giugno, viene emanato il «Riordinamento del personale e del servizio militare in tempo di pace dell’Armata di terra» (Giornale Militare, 1864). Nel 1845 il nome cambia in Corpo di Sanità Militare e vengono introdotte delle innovazioni. Da tale decreto interessante risulta essere l’obbligo di registrazione dei flussi ospedalieri da parte dei professionisti sanitari militari: essi, infatti, avevano l’impongo di compilare un registro di entrate ed uscite sia in caso di accessi ambulatoriali che in caso di ricovero negli ospedali militari. Per monitorizzare tali flussi vi era il dovere di segnalare le patologie d’ingresso e il battaglione di provenienza del soldato ricoverato. In aggiunta venne creato un quaderno di visita personale per ogni ricoverato, una sorta di fascicolo sanitario, in cui veniva trascritto il decorso clinico svolto. Altra nota interessante risulta essere la necessità da parte dei medici militari di «essere responsabili della scienza» (Giornale Militare, 1864), forte richiamo deontologico alla moderna necessità d’informarsi, fattore che non si discosta di molto dalla attuale realtà. Anche se ufficialmente la Compagnia d’Infermieri militari nasce il 16 settembre del 1848 (nel 1851 cambia nome in Compagnia Infermieri Militari per merito del Regio decreto del 13 ottobre), essi erano già presenti nel riordino del 1833. Nel regio decreto del 4 giugno, infatti, viene specificato che gli infermieri erano tutti volontari con ferma di otto anni e che, all’atto dell’arruolamento, dovevano possedere i seguenti requisiti: certificato di buona condotta, età non minore ai vent’anni e non superiore ai trentasei, saper leggere e scrivere correttamente, aver assolto gli obblighi di leva, essere celibe o vedovo senza prole ed infine essere perfettamente sano. La loro paga annua era di 315 lire se infermieri maggiori con dieci anni di servizio, e di 360 se più di dieci anni di servizio. Per gli infermieri semplici la paga era di 225 se dieci anni di servizio, mentre 270 se gli anni di servizio erano più di dieci. Nel 1848, con l’istituzione ufficiale della compagnia, la loro divisa varia: kepy turchino, goletta turchina, mostre cilestrine e pantaloni grigi. Nonostante fosse parte attiva della sanità, essa venne collocata nel battaglione amministrativo insieme agli operai dei magazzini ed agli uomini appartenenti alle sussistenze militari. Unica eccezione risulta essere la fornitura militare (Ales, 1987). Nel decreto è specificato che gli infermieri, sia che essi fossero ufficiali di basso rango o soldati semplici, hanno l’onore di poter armarsi di sciabola e non solo del fucile o del moschetto. Gli infermieri aveva anche diritto ad una carriera gerarchica all’interno della compagnia. Il comandante infatti era Capitano e vi erano anche luogotenenti e sottotenenti. Nel 1850, con il Regio Decreto del 1 giugno n. 4087, venne inserito un regolamento disciplinare per gli infermieri militari. In esso si trovano le «Norme relative alla disciplina degli individui del Corpo degl’Infermieri». Viene ribadita la loro posizione all’interno del battaglione amministrativo e le loro dipendenze: «ogni volta che taluno di essi si rende meritevole di punizione, questa gli deve venir inflitta dell’Uffiziale Contabile» (Annuario Militare, 1856). Questo decreto evidenziava altresì una carenza di personale infermieristico e una preghiera ad aumentarne il numero oltre alle competenze. In particolare sottolineava che già le precedenti esperienze della recente guerra del 1848-49 avevano fortemente rimarcato che il corpo era troppo esiguo rispetto alle necessità belliche. Il personale infermieristico era rappresentato anche nelle ambulanze che seguivano nei campi di battaglia ogni divisione. Definite come «ospedali organizzati in maniera da poter seguitare le truppe in tutti i loro movimenti; e destinate ad offrire più particolarmente ai feriti sul campo di battaglia i primi soccorsi» (Annuario Militare, 1856). Dovevano avere a disposizione: personale addetto alla sanità (un medico coordinatore a capo di ulteriori nove medici, un farmacista, un soldato farmacista, un flebotomo inteso come infermiere specializzato in salassi, sedici infermieri ed eventuali medici spesso specializzandi appartenenti ai singoli corpi) (Solaro, 1863). Oltre a loro vi erano anche personale addetto all’amministrazione dell’ambulanza (un ufficiale, un sergente, un caporale ed un furiere) e mezzi di trasporto adibiti al movimento dei feriti. Dei sedici, infatti, dieci infermieri erano dedicati al compito esclusivo di barellieri e conducenti di mezzi di soccorso, in quanto ogni vettura doveva essere necessariamente gestita da due persone (Servizi amministrativi, 1859a). Rimanevano sei infermieri per la gestione dell’ambulanza divisionale e dei feriti che accorrevano, in aiuto dei dieci medici che li lavoravano (Consiglio superiore militare di Sanità, 1859a). Cercando di ipotizzare alcune proporzioni per avere una visione del carico di lavoro e considerando la direttiva generale dell’esercito sabaudo il rapporto risulta essere un infermiere ogni 539 soldati. Entrando nello specifico, se esaminiamo unicamente il numero dei feriti (ovvero coloro che necessitavano effettivamente di assistenza) che risulta essere pari a 3572 soldati nella relazione dell’esercito sardo che per sua ammissione è in difetto: un infermiere addetto al trasporto si è occupato in media di 77 feriti, mentre un infermiere dedicato all’assistenza diretta nelle ambulanze si è preso cura in media di 119 feriti. Sappiamo però che durante la giornata del 24 giugno 1859 le perdite ed i danni furono talmente ingenti da creare inevitabile scompiglio e disordine, probabilmente e soprattutto a livello assistenziale, rendendo quasi impossibile immaginarci tale giornata. Il compito infermieristico però non era solamente assistenziale, ma anche di approvvigionamento e di riordino di materiale. Oltre alla conoscenza dell’utilizzo di tutti i materiali contenuti nell’ambulanza, l’infermiere doveva sempre sapere dove erano ubicati i presidi per poter subito farne uso in caso di bisogno (Consiglio superiore militare di Sanità, 1859a). Doveva conoscere molto bene anche tutti i differenti bendaggi. Vi erano, per esempio, quattordici dimensioni di bende e diversi tipi di assicelle in base alla grandezza ed alla lunghezza dell’arto da fissare, oltre a cartoni rigidi utili per l’immobilizzazione delle fratture di diversa forma e misura (Deposito e laboratorio centrale, 1859). Nonostante l’esistenza di diverse tipologie di ambulanza l’infermiere era tenuto a conoscere sempre la precisa ubicazione dei materiali e dei medicamenti: per facilitarlo al loro interno i ripostigli dei vari cassoni, cofani o zaini contenevano sempre gli stessi materiali. L’ambulanza, infatti, non era un presidio standardizzato: poteva variare in base alle caratteristiche della divisione. In seguito all’articolo 69 del regolamento datato 23 aprile 1859, le ambulanze si distinguevano in divisionali di fanteria, divisionali di cavalleria, divisionali di montagna, reggimentali e di battaglione. I presidi per il trasporto più utilizzati in ambito militare erano le barelle, le seggiole e le lettighe trasportate dai muli (chiamate anche cacolets). Le barelle potevano essere di due tipi: ordinarie o flessibili. Quelle ordinarie erano costituite da due aste di sostegno rigide, mentre le barelle flessibili da aste di legno più corte connesse a cerniera, in modo tale da poter essere piegate su sé stesse riducendo la lunghezza del presidio. Questo le rendeva più facili da trasportare ed adattare alla grandezza della persona. La seggiola e la lettiga costituivano, invece, i cacolets: entrambe permettevano di essere agganciate all’imbragatura di un mulo. La seggiola era adibita al trasporto di persone che potevano rimanere in posizione seduta ed era costituita da sedile, stipiti, braccioli per sorreggere mani ed avambracci, spalliera e predellino per il sostegno dei piedi. Le lettighe erano utilizzate per i feriti che necessitavano di sdraiarsi. Erano dotate di un telo che ne copriva la superficie, così che il ferito potesse non subire le intemperie, e potevano essere appese grazie ai ganci presenti lateralmente sia nell’ambulanza sia nella vettura durante il trasporto in ospedale. Al momento della battaglia di San Martino e Solferino erano in uso tre tipologie di vettura d’ambulanza (carrozze trainate da cavalli da soma o muli), che prendevano il nome dell’anno di ideazione e progettazione: le vetture modello 1848, modello 1856 e modello 1859. La vettura d’ambulanza modello 1848 veniva utilizzata principalmente per feriti non gravi e che potevano rimanere durante il trasporto in posizione seduta: rimuovendo alcuni dei posti a sedere si poteva posizionare un letto dedicato ad un ferito che solitamente era febbricitante, ma non necessitava di assistenza continua. Data la scomodità nel porre e rimuovere la persona ferita da questo modello di vettura, si cercava di non collocare feriti gravi o con gravi fratture o emorragie in quanto anche le manovre durante il trasporto sarebbero risultate difficili. La vettura d’ambulanza modello 1856 conteneva alcune migliorie rispetto al modello precedente: non erano appese barelle lungo i due lati esterni del cassone ed erano presenti all’interno due letti, posti sotto i sedili richiudibili con un sistema a cerniera, affinché se non utilizzati, non intralciassero le attività assistenziali. La vettura d’ambulanza modello 1859 aggiunge un ulteriore posto letto in fondo al cassone, trasversalmente agli altri due. Un’altra differenza era che i letti stessi potevano essere convertiti in sedili. C’era un maggior ricambio d’aria: grazie alle assi che sorreggevano i letti erano presenti delle fessure di areazione per migliorare il circolo d’aria. Era presente una comunicazione tra l’interno e l’esterno tramite uno sportello, dal quale potevano entrare ed uscire gli infermieri addetti al trasporto. Non erano presenti appositi vani per porre i fucili, ma delle apposite “incastrature” cui appenderli (Intendenza generale dell’Armata sardo, 1859a).
ORGANIZZAZIONE SANITARIA DI SAN MARTINO E SOLFERINO
Il percorso assistenziale prevedeva un iter ben preciso: una volta prelevati i feriti dal campo di battaglia, venivano trasportati poco lontano, all’interno dell’ambulanza paragonabile ad un odierno punto di soccorso od ospedaletto da campo, per effettuare una prima valutazione. Qui veniva anche eventualmente effettuato un primo trattamento medico o chirurgico, a seconda della necessità, ed in seguito i feriti venivano trasportati con le vetture apposite o con carri chiesti in comodato d’uso alla popolazione presso gli ospedali militari della zona. Solo successivamente venivano ulteriormente spostati negli ospedali delle province limitrofe. Erano diverse le zone attivate per il soccorso dei soldati feriti (Intendenza generale dell’Armata sarda, 1859b). Sappiamo che uno degli ospedali militari più importanti in questo contesto era l’Ospedale Militare divisionario di Brescia (Fappani, 1960). Nella città erano presenti subito dopo la battaglia almeno centoquaranta medici, aiutati dagli studenti di medicina e da qualche volontario (Casa reale invalidi; 1859). L’ospedale di Brescia fu uno dei luoghi principalmente coinvolto nei conflitti oltre agli ospedali militari di Castiglione, Desenzano, Lonato, Salò, Montichiari, Carpenedolo, Leno. Prevedendo uno scontro sanguinoso, su ordine dei capi dell’esercito sabaudo furono convertiti ad ospedale militare anche parecchi luoghi di culto quali chiese, conventi e seminari. Uno dei più celebri fu l’ospedale militare di S. Gaetano, guidato dal celeberrimo medico Bartolomeo o Bortolo Gualla, noto patriota e grande studioso di medicina d’urgenza bellica (Servizi amministrativi, 1859b). Per i feriti di alto rango gerarchico molte famiglie nobili del luogo avevano offerto la loro dimora. Dal 12 giugno al 27 giugno 1859 furono aperti ben 11 tra chiese e conventi, a Brescia e dintorni, per poter essere usati come ospedali militari, tra i quali S. Eufemia, collegio maschile di S. Chiara, collegio dei gesuiti, il seminario S. Angelo, il seminario S. Cristo, il convento e chiesa di S. Giuseppe, il convento e la chiesa del Carmine. Tra il 26 e il 26 giungo troviamo anche conventi femminili quali casa di S. Antonino, caserma del Fontanino e chiesa di San Giovanni, Liceo, chiesa di S. Clemente, S. Zanino, figlie della carità, casa Catterina e S. Eufemia, palazzo Martinengo delle palle, S. Orsola, casa di Dio, casa Mantovani, zitelle di s. Agnese, ospizio orfani, casa De-Bagno, chiesa di S. Nazaro. La località di Castiglione viene descritta nella sua totalità come un «ospedale improvvisato» (Petitti Bagliani di Roreto, 1909). La letteratura del periodo, i racconti e i diari dei presenti descrivono un’organizzazione sanitaria degli eserciti parecchio carente sia perché medici ed infermieri non erano presenti in numero sufficiente, sia perché il sistema di trasporto degli ammalati non era adatto e pronto a far fronte ad una ingente ed improvvisa necessità. Molti dei feriti e malati vennero trasferiti in ospedali al di fuori della provincia bresciana e mantovana in particolare nella città di Bergamo che furono adibiti al soccorso ed all’assistenza dei soldati feriti quel giorno: l’ospedale dei Celestini, del Lazzaretto, del Conventino, del Galgario, di S. Agostino e Fara, del Paradiso, del Liceo, del seminario, la Pia Casa del Ricovero o delle Grazie, di S. Marco o Ospedale maggiore (Servizi amministrativi, 1859c). Dopo un iniziale periodo di confusione, dovuta al continuo afflusso di feriti e malati presso gli ospedali, i feriti dell’esercito francese e sardo vennero suddivisi in ospedali diversi: i francesi vennero assistiti negli ospedali di Fara e del Paradiso, mentre i feriti dell’esercito sardo negli ospedali Liceo, Seminario, Conventino, San Marco, Casa delle Grazie. I Cacciatori delle Alpi ed i giovanissimi (battaglione adolescenti) al Galgario ed all’ospedale dei Celestini (Consiglio superiore militare di Sanità, 1859b).
Nell’archivio storico di Torino è presente una lettera scritta al Ministro della Guerra da parte dell’Intendenza Generale d’Armata datata 25 settembre 1859, tre mesi dopo la battaglia di San Martino e Solferino, che esplicita e descrive in maniera analitica la distribuzione dei soldati feriti in tutti gli ospedali militari di riferimento per ogni divisione (Intendenza generale dell’armata sarda, 1859b).
Le truppe di Monza, Milano e dintorni presso gli ospedali di Milano (Monastero Maggiore, S. Angelo e S. M. di Loreto, per una capacità di 1230 ammalati).
Le truppe della seconda divisione presso Treviglio, Gorgonzola, Vaprio e Camonica, Romano, Martinengo, approfittando eventualmente anche dei vicini ospedali civili locali, in seguito a convenzioni preventive stabilite anticipatamente dall’ufficio d’Intendenza della divisione con le amministrazioni degli ospedali stessi. Nel caso in cui ci fosse ulteriore bisogno di letti, la seconda divisione dovrà fare riferimento agli ospedali delle città di Milano e Bergamo, in quanto in quella zona vi erano i rami della ferrovia Milano-Bergamo o Bergamo-Brescia.
Le truppe della quinta divisione presso Palazzolo, Coccaglio, Rovato, Chiari, Ospitaletto. Come la seconda divisione, in caso di bisogno possono fare appoggio agli ospedali civili locali. Non essendo questi in grande quantità ed essendo che la quinta divisione presiedeva un territorio ricco di rami della ferrovia Brescia-Bergamo, più che fare riferimento agli ospedali civili bresciano si chiedeva di recarsi a Bergamo, dove vi erano dai 500 ai 700 letti disponibili per i soldati della quinta divisione. In particolare presso gli ospedali Ricovero, Galgario e Civile. Anche il Conventino era adibito ad ospedale militare in caso di bisogno, con 600 letti, al quale si chiede però di disporre alloggio e non servizio sanitario.
Le truppe della quarta divisione presso Brescia, presso gli ospedali di S. Angelo, S. Giulia e S. Eufemia per una capacità dai 1100 ai 1200 letti.
Le truppe della divisione di cavalleria della riserva d’artiglieria presso Borgo Salotto, Poncarale, Montirone, Bagnolo, Leno. Non essendoci ospedali civili, la cavalleria poteva fare riferimento all’ospedale di Brescia.
Le truppe della terza divisione presso gli ospedali di Salò, Desenzano, Lonato, Castiglione delle Stiviere e Montechiari, approfittando eventualmente anche degli ospedali civili locali. Viene citata inoltre l’organizzazione per la disposizione di un ulteriore ospedale a Castiglione delle Stiviere di 200 letti circa in cui prestava servizio il personale sanitario di Desenzano.
Nella stessa missiva è anche scritto che il numero dei letti disponibili rispetto alle forze militari era troppo misero. Le ferite da arma da fuoco non furono le uniche cause degli svariati ricoveri dei soldati presso gli ospedali militari: una grande incidenza la ebbero le malattie contagiose, che aumentarono il numero di malati dai giorni che subito seguirono la battaglia di Solferino e S. Martino. Le più frequenti erano le coliti, diarree, dissenterie ed i sintomi del colera, ma la malattia che distrusse il maggior numero di militari fu il tifo nelle sue più diverse forme. Dal 25 giugno 1859 il numero dei feriti e delle perdite aumentò sempre di più. All’interno degli ospedali civili di Brescia le problematiche più frequenti erano le complicanze da infezione, la febbre purulenta, le malattie gastrointestinali, il tetano, il vaiolo, le malattie veneree.
NASCITA DI UN’IDEA ASSISTENZIALE: LA CROCE ROSSA INTERNAZIONALE
«Il sole del 25 [giugno 1859] illuminò uno degli spettacoli più spaventevoli che si possano presentare all’immaginazione. Il campo di battaglia è in ogni parte coperto di cadaveri d’uomini e cavalli». Questa frase fu annotata il giorno dopo il conflitto da Jean Henri Dunant, nel suo immortale libro Un Ricordo di Solferino (1902). La presenza dell’imprenditore ginevrino sul campo di battaglia fu casuale, ma l’impressione che i combattimenti fecero su di lui non fu tale. Prescindendo dal fatto che non tutti i testi sono concordi sul numero dei morti e dei feriti di ogni singola battaglia, così come del resto anche per le guerre successive e le due guerre mondiali, ciò che è emerso colpisce notevolmente un occhio contemporaneo. Il conteggio dei morti e dei feriti per l’Indipendenza e per Unificazione della nazione lascia allibiti senza contare i morti della spedizione sabauda in Crimea nel 1855, che ammontano a 4.543 unità (solo 30 furono i morti in battaglia e 187 i feriti, gli altri periti per colera e malattie varie); i fucilati per vari motivi; gli impiccati; i morti durante la prigionia civili e militari Dai documenti analizzati, si può dedurre che l’esercito sabaudo aveva una struttura sanitaria efficace sia dal punto di vista del personale sia dal punto di vista organizzativo, ma che non è stata numericamente sufficiente per far fronte all’ecatombe generata dalla battaglia di San Martino e Solferino. Lo stato di carenza degli infermieri all’interno dell’esercito era già stato evidenziato dopo la Prima Guerra di Indipendenza e sottolineato anche in vari dispacci militari (Rovighi, 1860). Inoltre, durante una battaglia regna una grande confusione e spesso, per i soldati, era difficile sapere sempre dove fosse situata la loro ambulanza: poteva anche essere parecchio lontana dalla loro attuale posizione. Una situazione come la battaglia di San Martino e Solferino, non prevista e molto violenta, poteva aver provocato in tempo breve l’esaurimento dei presidi per il trasporto disponibili (barelle, lettighe, seggiole), oltre che dei posti all’interno dell’ambulanza durante il trasporto, cosa che effettivamente è successa. Nonostante il sistema Triage fosse stato ideato ed utilizzato dall’esercito napoleonico, dai documenti non emerge una differenziazione della gravità in base al colore, ma si evidenziano alcuni segni distintivi che ricordano il sistema di valutazione attuale. Viene specificato nei testi che è fondamentale la corretta scelta ed il corretto utilizzo dei presidi di trasporto quando necessario: questo voleva dire che l’infermiere sul campo di battaglia doveva essere in grado di saper valutare la gravità e la tempistica. I soldati feriti, ma in grado di camminare, venivano esortati a recarsi autonomamente presso il deposito d’ambulanza per ricevere le prime cure ed assistenza.
L’evidente disomogeneità dei dati in particolare sui morti, dispersi, prigionieri e sulle reali forze in campo, hanno condotto ad ipotesi numeriche che avvallano la tragicità dell’episodio tramandatosi lungo la storia. Sebbene le indagini storiche ci hanno portato a conoscere che prima della Croce Rossa Internazionale era già presente una struttura organizzata all’interno dell’esercito per l’assistenza ai soldati e che forme assistenziali da parti di civili erano già state implementate in diverse nazioni, Henry Dunant ha un merito straordinario: è stato un grande comunicatore. Ha saputo utilizzare un libro come mezzo per dare risalto e richiamare l’attenzione dei potenti d’Europa sul problema della guerra e dell’assistenza ai feriti sui campi di battaglia. Da allora, la guerra non fu più letta solo come momento di gloria e di vittoria, ma cominciò a essere osservata dal punto di vista delle vittime. Insieme ai suoi collaboratori (il giurista Gustave Moynier, il generale Guillaume-Henri Dufour e i medici Louis Appia e Theodore Maunoir), Dunant creò il Comitato Ginevrino di Soccorso dei Militari Feriti: di seguito istituirono il Convegno di Ginevra (26-29 ottobre 1863) durante il quale verrà firmata da 18 paesi la Prima Carta Fondamentale dei diritti del soldato e nascerà ufficialmente il Movimento Internazionale di Croce Rossa (Cipolla, 2009). La nascita del movimento di Croce Rossa è il motivo per cui principalmente viene ricordata la battaglia di San Martino e Solferino, ma non è l’unico importante. Bisogna rammentare che essa si colloca all’interno del contesto della Seconda Guerra di Indipendenza, circondata da altre battaglie altrettanto significative. Un contesto di continua innovazione che procederà con l’unificazione del Regno d’Italia portando ulteriori sviluppi in campo medico ed infermieristico. Oggi sono presenti in territorio italiano tre atenei che si occupano della formazione di soldati che vogliono intraprendere la carriera infermieristica militare: l’Università di Roma Tor Vergata per l’Esercito, La Sapienza (sede di Viterbo) per l’Aeronautica e l’Università di Bari per la Marina. Benché l’essere infermiere sia nella sua essenza stessa un portatore di benessere, la storia della professione ha evidenziato come in alcune occasioni siano stati gli eventi bellici o drammatici a portare delle evoluzioni e dei progressi: sta a noi ricordarne le origini per perpetuarle e migliorarle nei tempi di pace.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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- Deposito e laboratorio centrale chimico-farmaceutico-militare (1859) ‘Dimostrazione dello sconto che può essere accordato sulle distribuzioni de’ Medicinali dello Stabilimento suddetto, durante l’anno 1859, in ragione delle spese occorse allo Stabilimento medesimo nell’ano precedente, di confronto ai prezzi della tariffa’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 47: laboratorio chimico e farmaceutico militare. Specialità n° 5: medicinali provvisti agli spedali. Pratica n°2. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite.
- Dunant, H. (1902) Un souvenir de Solferino. Versione italiana del manoscritto della settima edizione. Viterbo: Gruppo editoriale Alter ego.
- Fappani, A. (1960) L’assistenza ai feriti del 1859 nel bresciano. Brescia: Tipo-Lito Fratelli Geroldi.
- Intendenza generale dell’Armata Sarda (1859a) ‘Ospedale divisionario di Brescia. Situazione dei fondi in materiale, dietro i risultamenti dell’inventario al 1° gennaio 1860’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 54: ospedali militari. Specialità n°2: Istituzione e soppressione di spedali. Pratica n°9. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite.
- Intendenza generale dell’Armata Sarda (1859b) ‘Ospedali per le Truppe in Lombardia’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 54: ospedali militari. Specialità n° 2: Istituzione e soppressione di spedali. Pratica n° 4. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite. Brescia, 25 settembre 1859.
- Museo del Risorgimento (1966) Il Risorgimento. Volume 18. Milano: Edizioni Comuni di Milano “Amici del Museo del Risorgimento”.
- Nava, L. (1907) L’armata sarda nella giornata del 24 giugno 1859. Roma: Voghera.
- Nuova Raccolta delle leggi regolamenti e disposizioni relative all’armata di terra e di mare emanate dall’anno 1831 a tutto il 1860 e tuttora in vigore (1864) Giornale Militare: volumi 5-13. Firenze: Editore E. Dalmazzo.
- Petitti Bagliani di Roreto, A. (1909) Madonna della scoperta. Studio storico tattico. Con biografia e note. Torino: F. Casanova e C. Torino Editori.
- Pieri, P. (1962) Storia militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni. Collana di Cultura Militare. Torino: Einaudi Editore.
- Rovighi, C. (1860) Storia della terza divisione dell’esercito sardo nella guerra del 1859. Torino: Unione Tipografico-Editrice.
- Servizi amministrativi (1859a) ‘Elenco dei Sig.ri Ufficiali del Battaglione suddetto, comandati agli Ospedali Militari’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 59: battaglione d’amministrazione. Specialità n°2. Pratica n°1. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite. Torino, 29 marzo 1859.
- Servizi amministrativi (1859b) ‘Signori ufficiali comandati presso gli ospedali, divisioni ed ambulanze presso l’armata’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 59: battaglione d’amministrazione. Specialità n°2. Pratica n°1. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite.
- Servizi Amministrativi (1859c) ‘Soldati del battaglione di amministrazione esercenti la flebotomia e la farmacia’. Fondo: Ministero della Guerra. Sezione: ospedali. Divisione: servizi amministrativi. Categoria 59: battaglione d’amministrazione. Specialità n°7. Pratica n°7. Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite.
- Solaro, P. A. (1863) Istruzione sul servizio degli infermieri militari in campagna. Scritta d’incarico del Ministero della Guerra dal dottore P. A. Solaro medico di divisione nel Corpo Sanitario Militare. Brescia: Tipografia Gilberti.