20 Ott Fare l’infermiere: attrattiva e realtà oltre la percezione
Being a nurse: attractiveness and reality beyond perception

Affidarsi alla percezione è come guardare da un vetro appannato. Apparentemente, sembra che nessuno scelga più di fare l’infermiere. Ma basta passare il panno dei numeri, perché l’immagine si faccia chiara. Quest’anno, infatti, quasi 19mila giovani hanno scelto la strada della professione infermieristica. Altro che abbandono, scarsa attrattiva o segnale di sfiducia: 19mila studenti e studentesse hanno visto nel “fare l’infermiere” una scelta di valore per il proprio futuro.
Se questo da un lato ci rasserena, dall’altro non è sufficiente. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha cinquant’anni e li dimostra tutti: è come una casa solida che necessita di una ristrutturazione profonda. Nella nostra ottica, sarebbe necessario concentrare in grandi aree l’elevata complessità e lasciare al territorio la gestione delle cronicità. Ma per rendere tutto questo sostenibile nel tempo occorre ripensare il sistema e contemporaneamente creare percorsi capaci di trattenere i giovani e offrire loro un futuro da costruire qui e non altrove. Iniziare a lavorare e non avere una prospettiva di carriera è come salire su un treno senza binari: chi lo prenderebbe?
Eppure i dati ci dicono che, a ben vedere, un’attrattiva c’è. Le lauree magistrali ne sono un esempio lampante: 2.371 posti a bando e 9.493 domande presentate. Un rapporto che parla chiaro: i ragazzi non scappano, bussano alle nostre porte. E si delinea una consistente e stabile domanda di specializzazione e crescita accademica da parte degli infermieri che, pur potendo accedere subito al mondo del lavoro, scelgono di specializzarsi.
Inoltre, negli ultimi dieci anni i laureati sono quasi raddoppiati, passando da 8.000 a 14.000. E nel 2026 arriveremo a 15.000 colleghi con laurea triennale. Numeri che descrivono un’energia viva, che chiede di essere accolta e valorizzata.
In proposito, un passo decisivo sarà l’avvio, se tutto va come deve già a partire dal prossimo anno accademico, dei tre nuovi indirizzi clinici: Cure Primarie e Sanità pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali, e Cure Intensive ed Emergenza. Questi percorsi non solo alzano l’asticella della competenza, ma aprono la porta a nuove carriere, nuove responsabilità, nuove prospettive.
Fin qui il bicchiere è mezzo pieno, ma il bicchiere mezzo pieno non disseta. Restano da risolvere criticità importanti: 24.000 colleghi andranno in pensione quando i nuovi laureati saranno circa 15.000; le iscrizioni alle facoltà sono disomogenee tra Nord e Sud; la responsabilità che gli infermieri si assumono non è riconosciuta né economicamente né socialmente. È proprio in questo senso che il welfare deve diventare un alleato: stipendi, servizi, condizioni che rendano la scelta non solo ideale, ma anche sostenibile.
Siamo un Paese con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti contro i 12 della Germania. E in Lombardia, Veneto e Campania il rapporto è ancora più basso. Se vogliamo che il trend si inverta, è necessario che la questione infermieristica venga trattata come un’emergenza nazionale. Una questione da affrontare con serietà, in tempi brevi, uniti.
In questa logica, è il momento di cambiare narrazione. Non serve arroccarsi: serve dialogare, costruire, guardare nella stessa direzione. Solo così la professione infermieristica potrà crescere e il Servizio Sanitario Nazionale potrà reggere l’urto del futuro. Riusciremo? Il dialogo, visto da qui, oggi sembra una strada difficile da percorrere. Ma, forse, è solo il vetro a essere appannato.
Buon lavoro,
Pasqualino D’Aloia

Pasqualino D’Aloia